di Simone Casarola

James Blake è un artista poliedrico in grado di passare in maniera fluida dalla dub al soul passando per rap e cori gospel. Questo disco è la conferma della suo talento eclettico che finalmente si cementa e, come suggerisce il titolo, prende forma.

il dj e producer londinese è cresciuto negli anni ed ha avuto il pregio di sapersi evolvere. Blake però è cresciuto soprattutto come persona, non ha mai nascosto la sua natura anche nei momenti più fragili: la timidezza degli esordi, le delusioni d’amore, la depressione e la terapia che l’ha portato ad essere chi è oggi.

Non è un caso che sulla copertina di questo disco ci sia proprio lui, messo bene in primo piano e parzialmente illuminato. Senza più la paura di nascondersi e con la sicurezza raggiunta anche grazie ai successi di critica ma soprattutto alla stima dei tanti artisti che negli anni hanno voluto collaborare con lui: Beyoncè, Andre 3000 e Anderson. Paak tra gli altri.

C’è anche questo in Assume Form, al contrario di quanto successo nei lavori precedenti i featuring qui sono parecchi e spesso Blake gioca a trasformarsi in qualcosa che assomigli più all’artista con cui interagisce.

Ecco quindi un accenno di rappato da parte sua in Where Is The Catch con Andre 3000 (che comunque ancora la spiega alla metà dei rapper di oggi), i bpm rallentati e una base quasi trap di Mile High , collaborazione che strizza l’occhio al mercato musicale, con Travis Scott e la sorprendente Barefoot In The Park in cui alle sonorità tipiche del producer si fonde la voce suadente di Rosalìa.

Un disco dai mille volti che vorrebbe essere la consacrazione di quanto James Blake abbia fatto negli ultimi anni, lavorando su più fronti e più stili, che però non sempre risulta a fuoco.
L’impressione che rimane è quella di essere un punto di svolta nella carriera dell’artista londinese che finalmente esce da quell’atmosfera eterea che da sempre lo accompagna e da forma alla sua arte ma a quanto pare ora deve essere capace di affinarla.