di Simone Casarola

La stagione NBA si è appena conclusa e per la prima volta nella storia del basket professionistico americano a vincere è una squadra fuori dal suolo USA, più precisamente Toronto, Canada.

Di per sè sarebbe già un avvenimento straordinario ma se pensiamo ad una stagione iniziata con un percorso che sembrava già delineato – quello che avrebbe dovuto consacrare la dinasty dei Golden State Warriors con il loro terzo titolo consecutivo – tutto assume un connotato ancora più eccezionale.

Andiamo con ordine.

Come già detto per la maggior parte dei seguaci NBA il destino sembrava già scritto: i Warriors, che nell’estate avevano firmato anche DeMarcus Cousins (sesto all-star del roster), avevano per tutti già l’anello di campioni al dito. Sarebbe stato il tanto agoniato three-peat, la terza vittoria di fila che avrebbe dovuto portare la squadra di Oakland nell’olimpo delle più grandi di sempre.

Ci troviamo però a dover parlare al condizionale. Già perché nella pallacanestro (o nella vita in generale se vogliamo filosofeggiare) nulla può essere previsto con esattezza e molto spesso sono le piccole cose a fare la differenza.

Prendiamo per esempio una trade andata in porto poco meno di un anno fa. Uno scambio che aveva fatto poco clamore: i Toronto Raptors dopo l’ennesima corsa playoff conclusasi troppo presto hanno deciso di scambiare Derozan (ritenuto da una frangia di tifoseria senza la personalità per guidare la squadra alle Finals) con Kawhai Leonard, in arrivo dai San Antonio Spurs.

Il giocatore della franchigia texana era però stato accolto con diffidenza dai supporter canadesi, arrivava infatti da una stagione avvolta nel mistero in cui non aveva mai messo piede in campo per un infortunio che troppe volte non pareva ben definito tanto che si speculava su una scarsa voglia del giocatore. Insomma, uno scambio tra due all-star che avevano “deluso” nella loro ultima stagione.

Eppure tutti avevamo già avuto modo di ammirare Kawhi Leonard nella sua forma migliore, quella che era già riuscita nell’impresa di fermare un three-peat (in questo caso quello dei Miami Heat di LeBron James), in quell’occasione titolo ed MVP delle Finals.

Se c’è una cosa di cui non si dovrebbe mai dubitare però è il cuore di un campione, specie se si parla di un vero competitore con nel suo caso. Kawhi Leonard infatti non è la classica superstar NBA. Non ha un account social da milioni di follower in cui sponsorizza prodotti (addirittura ha abbandonato il contratto con Jordan per passare alle più morigerate New Balance), non lascia interviste esplosive, non ballerà mai come Shaquille O’Neil e, più di ogni altra cosa, difficilmente lascia trasparire qualsiasi emozione.
Un automa costruito per giocare a pallacanestro, silenzioso e letale.

Forse è stato proprio questo uno dei suoi maggiori apporti alla squadra canadese. Leonard ha portato con se un’etica del lavoro e un modus operandi che ha contagiato l’intero team. Poche parole, lasciare parlare il campo. Pochi fronzoli, non si cerca la giocata della vita, un tiro dal mid-range vale comunque 2 punti. Pulito, efficace.
Tutto questa ideologia infusa in una squadra senza ego eccezionali e senza campionissimi – con buona pace dei fan di Lowry che sicuramente può essere un eccellente secondo violino (e l’ha dimostrato) ma di sicuro non messo sotto la luce dei riflettori.

I Raptors sono una squadra di giocatori che non sono arrivati trionfanti dal Draft, seconde scelte, perle nascoste tra le ultime chiamate e addirittura degli undrafted che però hanno dimostrato tutto il loro valore (shout out a VanFleet che nel momento del bisogno ha dimostrato un cuore infinito, per non dire altro).

Ecco quindi le finals 2019: i favoritissimi Golden State Warriors contro i sottovalutati Toronto Raptors.

La squadra della baia arriva all’ultimo turno di playoff con lo scalpo (e barba) dell’MVP Harden e i suoi Huston Rockets dopo una serie sanguinosa ma mai in dubbio e quello dei Blazers spazzati via senza troppa fatica. I Raptors ci arrivano con una vittoria fatta di fatica e fisico contro i Bucks e con il buzzer Beater in gara 7 contro i 76ers. Il pallone che rimabalza una, due, quattro volte sul ferro prima di entrare e sancire il passaggio del turno.

E se? Questa è la domanda che accompagnerà queste finali. E se il pallone dopo quei rimbalzi fosse uscito? E se in finale ci fossero andati i Bucks di un mostruoso Antetokumpo? E soprattutto se ci fosse stato KD (34 punti di media nei playoff fino a lì)? E se Klay avesse giocato anche le altre gare?

Non si può prevedere tutto nella vita (per fortuna). Gli infortuni sono parte del gioco, il pallone che rimbalza dentro o fuori può essere un prodotto del caso. La fatica messa sul campo e il suodore in palestra però no. Ecco quindi ripagata la filosofia di Toronto e quella del loro leader. Poche parole, tanto lavoro, testa bassa e spingere. La rivincità della classe operaia, di chi sa di dover dare tutto per arrivare al risultato. Il prodotto di chi mette la collettività sopra al talento.

Ecco i vostri campioni: i Toronto Raptors.