di Angelo Chiodo

In tempi di clausura, più o meno spinta, ci si pongono molti obiettivi ma quando invece vogliamo evadere, siamo soliti leggere un libro o guardare un film.

In assenza di ispirazione, ci dedichiamo alla riscoperta di un franchise che negli anni ha avuto sorti non sempre a favore, falcidiato spesso da strafalcioni di regia e di sceneggiatura, ma che ha saputo lasciare dietro di sé una scia di opinionisti, fan, accaniti seguaci, cosplayer, nerd di ogni età (mai come nel caso di Star Wars) e ogni tipo di action figure, il tutto partito da un fumetto del 1963.

Gli uomini a croce, o uomini a X o semplicemente X-Men sono da sempre stati l’unica e vera crew di supereroi. Niente a che vedere infatti con Gli Avengers o la, nettamente peggiore, Justice League (Sebben Batman, Superman e Wonder Woman siano tra i più grandiosi cavalli di razza nel panorama fumettistico), ma nel cinema non hanno saputo dare del loro meglio e non sono bastate lame, telecinesi, raggi laser, abilità di trasformazione e governo dei metalli.

Eppure, non possiamo fare a meno di citare Huggone Jackman che ha dato spessore e carisma al personaggio noto come Wolverine e meno male che hanno deciso di dargli un nome più strong o in Italia saremmo stati (Wolverine il italiano si dice GHIOTTONE e onestamente mi metterebbe più timore la strega di Biancaneve).

Aldilà di Hugh e di Wolverine, il più famoso tra gli X-Men è prima di ogni altra cosa un uomo, Logan.
Logan è un prodotto tecnologico. E’ figlio di tempi passati ed è più vicino alla letteratura di quanto non si possa pensare in quanto affonda le sue radici nella fine dell’800 in un periodo permeato completamente da scritture e opere gotiche e porta dentro di sé quel fare errante, sempre perennemente ai margini della società e sempre a mettere equilibrio sulla bilancia della giustizia rispetto all’ingiustizia. La tecnologia è male (l’ha generato d’altra parte), permette agli uomini di avere frecce con dardi acuminati velenosi con cui uccidono un Grizzly (Wolverine l’immortale), crea macchinari in grado di diffondere onde per trasformare in mutanti Manhattan (X-Men), crea un “doppione” più giovane e più inwolverinato (alias incazzato come un fabbro) che affronta il protagonista (Logan).

Logan è invece un uomo. A lui frega nulla se sei un Robot Samurai in adamantio o se gli lanci contro dei missili; lui ha qualcosa che lo rende più vicino a noi di quanto non pensiamo, non bastano degli artigli che escono dai pugni per renderlo diverso da noi ma sono le intenzioni, il cuore stesso.

Quando dopo 1 anno e oltre di clausura crediamo che l’unico problema sia tornare a vivere, ci accorgiamo che in realtà non è così semplice, siamo stanchi, atrofizzati, stufi, depressi, tristi e con una lunga checklist di attività da eseguire e non sappiamo se ne avremo la forza.

Commettiamo errori, sbagliamo, ci scaviamo la fossa da soli ma ci serve Logan, ci serve per ricordarci che se anche abbiamo avuto tante difficoltà e continueremo ad averne, non dobbiamo mai perdere la nostra energia e la nostra grinta. Prima di tutto Logan, per quanto lui stesso non lo sia, ci aiuta a ricordarci che siamo uomini. Combattiamo per i nostri ideali o per quello che riteniamo giusto e anche se abbiamo passato una vita a commettere errori sappiamo che prima o poi avremo modo di fare del bene anche per dei perfetti sconosciuti.

Prima di tutto siamo uomini; e ci voleva un mutante morente con 150 anni di vita per ricordarcelo. Combatteremo, forse moriremo ma almeno, lo faremo da uomini