di Simone Casarola (@simocasarola)

È sostanzialmente dal 29 Agosto 1994 – data di uscita di Definitely Maybe, primo album degli Oasis – che il mondo può essere diviso in due categorie: chi ama Noel Ghallagher e chi Liam.

Dagli inizi fino alla consacrazione del gruppo di Manchester nell’olimpo del britpop tutto ha ruotato intorno alla figura dei due fratelli. Quello più cazzone e quello più introverso. Quello dell’abuso di droghe e quello tormentato dai pensieri annebbiati dal gin and tonic.

Come prevedibile nel tempo le differenze tra i due hanno creato voragini sempre più grandi, impossibili da colmare. Una rottura irreparabile. Dal 2009 gli Oasis non esistono più, da quando Noel ha deciso di lasciare la band. Entrambi i fratelli hanno continuato per la loro strada con progetti più o meno riusciti. Il tutto senza mai perdersi d’occhio l’un l’altro. Riferimenti nei testi, frecciatine nelle interviste e messaggi allusivi sui social.

Caino e Abele a colpi di rock’n’roll.

È Noel a sferrare l’ultimo colpo di questa sfida tutt’altro che chiusa. Accompagnato dai suoi fedeli High Flying Birds (che poi tanto in alto non hanno mai volato), pubblica Who Built The Moon. Ancora una volta chi spera in un album dell’ex chitarrista degli Oasis sbaglia. Gallagher si lascia il passato alle spalle e continua dritto per la sua strada. Quello che ci viene proposto è un disco contemporaneo, che non lascia spazio alla nostalgia.

Il disco (terzo lavoro di studio) apre con Fort Knox, un brano dalla forte componente strumentale – che è quello che poi Noel sà fare meglio. Who Built The Moon continua con brani sempre ben arrangiati nonostante la loro complessità. Holy Mountain (Primo singolo estratto) e i due a seguire sono pezzi rock’n’roll di pregevole fattura. She Taught Me How To Fly e Be Careful What You Wish For piazzati nella parte centrale del disco strizzano l’occhio ai fan degli Oasis. L’album da lì in poi continua in quelle che erano le premesse del r’n’r dal Vangelo secondo Noel per poi farsi più introspettivo, calzante con il personaggio. La zampata finale è quella di mettere una specie di bonus track, quasi a ricordare di quando aspettavi davanti allo stereo che finisse completamente il nastro, nella speranza che ci fosse ancora qualcosa. A chiudere il disco infatti è Dead in the Water: un brano intimista, solo voce e chitarra, registrato in presa diretta dagli RTÉ 2FM Studios di Dublino. Già pronto per il momento di catarsi dei concerti a venire.

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L’impronta compositiva di Noel è forte, tutti i pezzi sono arrangiati con cura nella molteplicità di strumenti utilizzati.

Come lecito aspettarsi Who Built The Moon è un album complesso, che richiede un ascolto attento e ripetuto. Non riesce mai però a convincere completamente, anzi risulta a tratti farraginoso, come se le idee messe insieme fossero troppe per poter essere bene espresse.

Di sicuro avranno di che discutere al pranzo di Natale in casa Ghallagher.