di Simone Casarola (@simocasarola)

Sembra impossibile ma c’è stato un tempo in cui Pharrell Williams non era solo un re Mida della moda, che se ne va in giro con un cappello buffo a cantare sorridente sulle note di Happy.

C’è stato un periodo in cui si faceva chiamare Skateboard P e con due compagni di avventura aveva iniziato il suo processo creativo fondendo le sonorità dell’hip hop con quelle della musica rock. Ad accompagnarlo in questa avventura erano Chad Hugo (l’altra metà, sempre con Pharrell, dei superpremiati Neptunes) e Shae Haley, amico di infanzia dei due. Il progetto sotto il nome N*E*R*D si fa da subito notare riuscendo a piazzare il singolo “Lapdance” nella top 40 rap americana e “Rock Star” nella top 40 rock a dimostrazione dell’ecletticità del progetto.

Di lì in poi tutta la genialità di Williams si sprigiona prima con un altro paio di album coi N*E*R*D poi con l’avventura solista e la consacrazione di creativo a tutto tondo con le collaborazioni col mondo della moda e come produttore.

Logicamente il costante impegno di Pharrell ha portato ad accantonare, per fortuna senza dimenticare, il suo power trio.

Eccoci quindi alla volta di No one Ever Really Dies (acronimo del nome della band). Nonostante il timore di ritrovarsi tra le mani un lavoro che della band portasse solo il nome quello che ne risulta è un disco autentico, slegato all’attuale immagine del frontman.

Come da tradizione i suoni non lasciano indifferenti, si passa da toni r’n’b alle chitarre rock, dall’elettronica all’hip hop.

I testi sono forti e a tratti anche spiccatamente politicizzati, basti pensare a “Don’t Don’t Do It!” brano cardine del disco realizzato con Kendrik Lamar – forse la voce più forte panorama black attuale. Ispirato all’episodio di violenza contro Keith Lamont Scott, 43enne afroamericana, uccisa da un colpo di arma di fuoco dalla polizia del North Carolina tutto registrato in un filmato in cui la vittima più volte di fatto ripeteva “Don’t do it”. Anni luce dai Minions sorridenti.

Forse era proprio questo che serviva a Pharrell: una specie di ritorno alle origini, la possibilità di tornare a sperimentare e una libertà di espressione lontana da quella del re Mida che tutti conosciamo. Chiaramente anche i N*E*R*D non sono più quelli del 2010 (anno dell’ultimo album firmato dalla band) ma hanno avuto modo di crescere e svilupparsi, soprattutto grazie al progetto Neptunes che ha tenuto anche Chad Hugo in contatto con la scena rap americana. A dimostrazione di ciò ci sono le tantissime collaborazioni all’interno del disco: il già citato Kendrik Lamar, Rihanna, Future, Gucci Mane, Andrè 3000 e persino Ed Sheeran (con Pharrell autore della hit Sing).

No one Ever Really Dies è un album innovativo per quello che propone ma fedele alla natura del progetto N*E*R*D.

La sensazione è quella del déjà vu, ritrovarsi in un posto nuovo ma comunque familiare. Sicuramente un disco che troverà i pareri favorevoli dei nuovi ascoltatori senza però far storcere il naso ai fedeli della band.