di Simone Casarola (@simocasarola)

La band musicali all’uscita di un nuovo album vivono sempre un dramma.

Fare un disco uguale al precedente significa essere noiosi, mentre farne uno completamente diverso significa aver tradito i fan. Non c’è modo di uscirne vincitori.

Gli Arctic Monkeys però hanno rovesciato questo concetto: hanno cambiato tanto spesso da aver reso il cambio di stile la propria cifra stilistica.

Tranquility Base Hotel & Casino ancora una volta conferma l’attitudine alla metamorfosi del gruppo britannico. Uscito a 5 anni dal successo di vendite AM ha davvero ben poco a che fare col precedente.

Se le influenze dell’ultimo lavoro erano l’hip hop e il rock’n’roll vecchia scuola qui ci troviamo davanti ad un disco più complesso, a tratti sfuma in atmosfere jazz, che necessita di più di un ascolto per essere davvero compreso.

 

Arriviamo al punto, cosa c’è di diverso? Bastano i primi due pezzi per dare una (seppur superficiale) risposta: non ci sono più le chitarre. Le melodie e i riff che tanto hanno caratterizzato il suono del gruppo hanno lasciato spazio ad arpeggi più costruiti e aprono alle note del piano, uno Steinway Vertegrand che era stato regalato dal manager della band ad Alex Turner.

Questo ci porta dritti al secondo punto, la maturazione musicale ed umana del frontman.

Devono essere stati anni difficili quelli passati sotto la luce dei riflettori puntati addosso dopo il successo di AM, specie per un ragazzo di indole schiva. Turner ha deciso di tornare a lavorare sui Last Shadow Puppets – con l’amico Miles Kane – per spostarsi un po’ da quella luce e ritrovare la propria dimensione.

A 31 anni appena compiuti Tranquility Base Hotel & Casino è il disco della maturità, quasi rinnega il passato se pensiamo ad una dichiarazione rilasciata dal cantante che diceva di “vergognarsi dei primi lavori degli Arctic Monkeys”.

Forse una frase forte ma senza dubbio un modo di allontanarsi da quanto fatto ad oggi.

Tranquility Base Hotel & Casino è un album che non rispettava le aspettative dei fan, per questo sorprendente, a tratti coraggioso, bisogna dargliene atto. Non è però comunque un disco memorabile.

Così come era stato per Humbug che aveva portato i primi Arctic verso una piccola perla come Suck It And See si può sperare che anche questo si riveli essere un disco di “transizione” verso una nuova cifra stilistica.