di Giorgio Bernasconi

Avete presente quando fate una gita la domenica in campagna o in collina? Magari volete mandare una foto nella chat dei colleghi su WhatsApp, ma a fatica il vostro smartphone di ultima generazione si connette ad una rete 3G.

Poco male, in fin dei conti siete lì per “staccare la spina” e non essere sommersi dalle notifiche può anche essere positivo.

Immaginate ora la città del futuro: togliete le macchine che volano, gli alieni e il cibo in pillole, ma lasciate quell’idea di velocità di connessione, di sicurezza, di realtà virtuale medica, di digital collaboration.

La tecnologia per fare queste cose c’è e si chiama 5G, la quinta generazione della telefonia mobile seguente al 4G che dal 2012 è lo standard di connessione (di nuovo, solo in grandi e medie città).

Il 5G promette di trasportare i dati più velocemente, di migliorare la copertura e la potenza, di soddisfare le esigenze dell’Internet delle cose (domotica, dispositivi connessi…), ma soprattutto crea lavoro. Vodafone per esempio, che si è aggiudicata il bando del Ministero dello Sviluppo Economico per la sperimentazione del 5G a Milano, ha fatto una “Call for Startup” per stimolare e supportare la nascita di progetti innovativi che individuino nel 5G il fattore abilitante distintivo. In pratica Vodafone dice: abbiamo la tecnologia, abbiamo ora bisogno di qualcuno che sappia come usarla.

Intanto Huawei (azienda cinese, seconda produttrice mondiale di smartphone) si porta avanti, e ha annunciato il lancio tra qualche mese del primo smartphone con tecnologia 5G. Proprio la Cina infatti è il primo paese per investimenti sul 5G seguita da Corea del Sud, USA e Giappone.

E noi? Ecco, iniziamo con il coprire anche le zone più remote con il 3G, poi penseremo al 4G e solo allora avrà senso parlare di 5G.